Non solo i classici musei, anche se molto interessanti, ma a Reggio Emilia vi sono alcuni musei alternativi che in virtù della loro originalità hanno un particolare fascino.

A Luzzara è aperto, dal 1967, il Museo nazionale delle Arti Naifs “Cesare Zavattini”: una presenza talmente rara e specifica da essere definita “l’unica casa dei naifs italiani”. Naifs, dapprima, sono i pittori analfabeti, persone semplici che vivono nei villaggi, nei boschi o lungo il fiume, e poi tutti coloro che hanno trovato un modo alternativo di esprimersi, quello dell’immaginario interiore, e lo offrono con la vivida immediatezza del colore. La loro pittura non conosce sfumature, proporzioni, misure spaziali, e neppure ombre: è poesia intensissima di forme o di eventi naturali, proposta con l’aspetto di una fantasia onirica. Dagli anni dell’ultimo dopoguerra, i naif italiani ebbero via via le prime mostre, le rassegne regolari a Luzzara, il loro premio nazionale annuale e, infine, una “casa” nel museo ora attivissimo.

Ed ecco Brescello, il piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del nord, in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, tra il Po e l’Appennino.Nebbia densa e gelata l’opprime d’inverno, mentre d’estate il sole è spietato.La penna di Guareschi rimane insostituibile nel descrivere le atmosfere, i sentimenti, le storie dei suoi straordinari e amati personaggi. Sempre uguali, eppure diversi, sono il parroco don Camillo e il sindaco Peppone che, come amava dire l’autore, ” mica dico di averli creati io. Io ho dato ad essi una voce. Qui sono stati girati 5 film interpretati dai popolari attori Gino Cervi e Fernandel. La piazza di Brescello ha rappresentato il palcoscenico ideale per le avventure del sindaco e del prete più famosi del mondo. Tutto il paese era coinvolto nello spettacolo e mostra ancora le case di Peppone e don Camillo, il campanone eretto da Peppone appeso nel portico di via Gilioli e il famoso Crocifisso parlante, accolto in una cappella laterale della chiesa di S. Maria Nascente. Circondato dalla locomotiva dell’epoca dei primi film, dal carro armato e dal busto di Giovanni Guareschi, l’originale Museo di don Camillo e Peppone, nato con amore e pochi mezzi, è oggi una simpatica realtà, dove ai documenti e ai ricordi si mescolano souvenir e prodotti tipici, il lambrusco, le spongate e le zuffe.

Uno degli episodi centrali della identità nazionale italiana è la nascita del Tricolore, il 7 gennaio 1797. La bandiera nazionale viene proclamata a Reggio Emilia, durante una storica seduta, dai rappresentanti delle città di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara, riunite nella Repubblica Cispadana, sul modello del tricolore francese. Originariamente la bandiera della Cispadana era a fasce orizzontali, con il rosso in alto e il verde in basso e al centro una faretra che simboleggiava l’unione delle quattro città. Un modello della bandiera originaria è esposto nella sala dove essa nacque. Oggi questo grande salone a balconate, realizzato nel 1774 per ospitare l’archivio comunale (funzione che però non svolse mai), è sede del Consiglio Comunale. A fianco, in locali ricavati nella torre civica, della “del Bordello”, nel 1985 è stato realizzato il museo del Tricolore, che raccoglie cimeli e documenti che vanno dal 1796 ai moti del 1831. Si possono leggere i proclami della Guardia Civica organizzata al tempo di Napoleone, ammirare divise d’epoca, armi, ritratti, onorificenze. Il ruolo della città di Reggio nel passaggio dall’ancien régime ai primi moti rivoluzionari è ricordato da Ugo Foscolo e dallo stesso Napoleone Bonaparte, il quale ebbe a lodare un fatto d’arme che vide i Reggiani, primi in Italia, ribellarsi al protettorato austriaco.

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